Spesso quando pensiamo al futuro diventiamo facilmente profeti di sventura. Forse perché il progresso tecnologico degli ultimi anni, per quanto affascinante, nasconde sempre un lato che ci spaventa un po’. Così abbiamo profetizzato che le relazioni mediate dal computer avrebbero sostituito il contatto umano: non è successo. Che i libri di carta sarebbero morti, rimpiazzati dal loro equivalente digitale: non è successo. Che ogni iniziativa di vendita al dettaglio sarebbe stata distrutta dall’inesorabile avanzata dell’e-commerce: non è successo. E tra le prove concrete che danno forza a quest’ultima affermazione c’è senza dubbio la vicenda degli sneakers consignment shop, botteghe che ritirano le scarpe di appassionati e collezionisti, per rivenderle a prezzo maggiorato e dividere gli introiti con il vecchio proprietario.

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Un’idea che non ha mai attecchito dalle nostre parti, ma piuttosto diffusa all’estero negli scorsi anni. Soprattutto, un’idea che sembrava destinata a scomparire a causa dei siti di aste online, ma anche e soprattutto per la proliferazione di gruppi chiusi sui forum e sui social network dediti allo scambio e al commercio di sneakers rare. E invece, proprio nel 2016,proprio nella capitale mondiale della sneakers culture, apre i battenti un nuovo consigment shop interamente dedicato alle sneakers. Stadium Goods guarda su Howard Street, nel cuore dello shopping di Manhattan, tra Soho e Tribeca, ed espone dietro le sue vetrine centinaia di modelli rari, principalmente Nike/Jordan e adidas. I prezzi divendita appaiono più o meno in linea con quelli che si possono ottenere sui siti di aste online, e forse anche per questa scelta Stadium Goods sembra essere diventato una valida alternativa al web per i collezionisti newyorkesi.

Dunque, un’altra storia di successo sulla east coast dopo quella di Flight Club, storica boutique dedicata alle scarpe deadstock che nel corso degli anni si è allargata fino ad aprire una succursale a Los Angeles. E proprio con quell’apertura è diventato chiaro a tutti che questi negozi devono essere necessariamente legati alla realtà locale, per poter sopravvivere: gli affari di Flight Club LA infatti non sembrano andare granché bene, mentre nella stessa città funziona alla grande il modello di vendita di Rif, consigment shop più simile a quelli che si trovano in territorio giapponese, che non ha paura di trattare anche scarpe usate e non in condizioni cosiddette “mint”. I motivi di questa differenza geografica ci sfuggono, soprattutto se consideriamo quanto si è uniformato e globalizzato il mercato delle sneakers nell’ultimo decennio, ma tant’è. Di una cosa però possiamo essere sicuri: i consignment shop non moriranno tanto presto…

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